Generation Africa: il tailoring con un twist di Gozi Ochonogor e del suo brand U.Mi-1

Fashion / Performance By Stefano Guerrini
 

Continua il nostro percorso alla scoperta dei quattro marchi che hanno sfilato all’ultima edizione di Pitti nel progetto Generation Africa, voluto da Fondazione Pitti Discovery in collaborazione con ITC Ethical Fashion Initiative con l’intento di promuovere giovani e talentuosi designer del continente africano, sottolineare la nuova energia e i fermenti che stanno arrivando da lì ora. Quindi fra i brand scelti, che hanno sfilato il 14 gennaio, alla Dogana di Via Valfonda, c’era anche la designer Gozi Ochonogor con il suo brand di menswear, nato nel 2008, U.Mi-1. Alcuni giorni dopo lo show abbiamo intervistato la stilista, non solo per farci raccontare meglio il suo lavoro e le emozioni di sfilare a Firenze, ma anche per approfondire la sua visione del panorama creativo africano attuale. Ecco l’intervista a Gozi Ochonogor. 

 
Ci può raccontare quando si è avvicinata al fashion world e quando quello nella moda è diventato ufficialmente il suo lavoro?
Ho iniziato a lavorare nella moda oltre un decennio fa. Ho cominciato con un marchio al secondo anno di università, così da potermi pagare le tasse scolastiche. Ho rinunciato a una carriera in ingegneria del software per la moda e miei genitori hanno pensato che avessi perso la testa. Vendevo ad alcuni negozi e al mercato di Portobello a Londra durante il fine settimana. A volte andavo in bicicletta al mercato alle 3:30 del mattino per essere la primo della lista e avere una piazzola migliore. I miei genitori hanno capito che ero seria quando mi son venuti a trovare l’inverno successivo e mi hanno visto ancora immersa in questa attività. Ho vinto il loro sostegno. Ho continuato il marchio dopo la laurea, mi son presa una pausa, poi mi son trasferita in Giappone e ho lanciato U.Mi-1.
 
Il momento migliore della sua carriera o comunque quello più importante fino ad ora, e perché?
Abbiamo avuto un paio di momenti molto difficili all’inizio del 2015. Due fabbriche che si occupavano della nostra produzione hanno chiuso a metà del lavoro. Con la prima abbiamo pensato di esser stati solo sfortunati, con la seconda non sapevamo davvero cosa pensare. Ma abbiamo reagito rapidamente e consegnato i capi. Abbiamo perso un po’ di soldi e questo ha avuto un effetto a catena su tutto l'anno. Ma tutto è miracolosamente rientrato nel mese di dicembre. Siamo stati presi dal nostro agente di Parigi, con cui siamo venuti a contatto per caso. Un assistente aveva scritto un numero sbagliato per un buyer ed era invece il loro numero. Abbiamo poi avuto l’invito a partecipare a Pitti. A tutti è piaciuto lo show che abbiamo presentato a Firenze, ma io sono molto critica sul mio lavoro e, a volte tutto quello che vedo sono solo i miei errori. Una volta che ho deciso che non c'era niente che potessi fare se non guardare avanti, mi sono ricordata il nostro anno sulle montagne russe e quanto avevamo superato. Ho anche capito che amo veramente quello che faccio e che ho molto in me da dare ancora. È una sensazione incredibile quando sai che sei sulla strada giusta e l'universo sta facendo il tifo per te.
 
Può raccontarci la collezione che ha presentato a Pitti?
Le nostre collezioni sono una storia divisa in 3 parti, e questa stagione siamo al secondo capitolo sugli Yoruba, una tribù della Nigeria Occidentale. L'attenzione si è concentrata sui segni tribali, una tradizione morente, che gli Yoruba usano per abbellirsi e identificarsi. Abbiamo trasferito questi disegni facciali sui nostri tessuti e li abbiamo incorporati nel nostro progetto con bordi tagliati a vivo, applicazioni audaci e righe, che ricordano l’abbigliamento tradizionale Yoruba. La collezione è elegante e bella, perché è così che consideriamo questi segni e il loro ruolo nella nostra storia.
 
Può dirci qualcosa di più sul suo stile? Qual è il target di riferimento della collezione? Da dove provengono le ispirazioni e quali le icone che ha in mente quando crea?
Le nostre collezioni sono sempre ispirate dall’Africa, in particolare dalla Nigeria - la sua arte, cultura e architettura. Abbiamo un ricco e vario patrimonio e per la mia squadra si tratta sempre di un processo di scoperta molto interessante durante la fase di ricerca. All'interno della nostra progettazione, c’è sempre l’interpretazione di una particolare tribù che ricreo per la maggior parte grazie ai miei ricordi d'infanzia, presentandola in un modo affascinante e che abbia un appeal universale. La collezione rappresenta sempre un dialogo con chi la indossa. Direi che lo stile U.Mi-1 è sartoriale, ma con un twist. Il mio obiettivo è quello di progettare capi dal taglio elegante, dettagliati, ma senza troppi fronzoli, in quanto riteniamo che questo sia il modo in cui un gentiluomo moderno debba vestire.
 
Quale parte del lavoro considera appartenere al suo heritage e quindi essere collegata all’Africa?
Direi sicuramente l'ispirazione, ma visto che il capo finale può contenere elementi estetici anche europei o asiatici, è per me difficile dividere le influenze o individuare un dna preciso per i singoli capi. Si tratta di una combinazione di strati, e considero tutto nel suo complesso, esattamente come una buona lasagna.
 
Quale è l'importanza di progetti come Generation Africa, secondo lei, per il suo lavoro e in generale?
Progetti come Generation Africa sono davvero sorprendenti in quanto mettono il nostro lavoro al centro, sotto ai riflettori, quando l’alternativa sarebbe rimanere nell’ombra. I rapporti con la stampa e i contatti con buyer si muovono di pari passo e richiede un sacco di risorse produrre un tale show, un lavoro di questo tipo. Ringraziamo gli organizzatori di ITC, soprattutto Simonetta Cipriani per aver scelto U.Mi-1 e averci dato l'opportunità di fare questa esperienza.
 
Può raccontarci qualcosa sul momento creativo preciso che l'Africa sta vivendo ora, dal suo punto di vista?
Dall'arte alla moda e dal design alla letteratura, stiamo producendo opere contemporanee che rappresentano un bel mix di culture, ma sono intrinsecamente africane. Le persone stanno affrontando questioni di identità, razza, migrazione, che ha portato ad un dialogo onesto con questo continente e apertura. C’è anche una certa fame di vedere e farsi vedere al di là dei nostri confini che prima non penso esistesse. Questo ha spinto la gente a essere creativa oltre ai propri mezzi abituali. Di conseguenza, tutti gli occhi sono ora su di noi. È un grande momento.
 
Un episodio, un ricordo speciale che ha di questa edizione di Pitti, un momento che è possibile condividere con noi?
La sfilata si è svolta così in fretta. Tutto quello che ricordo è che ho preso una molletta dai miei capelli per fissare quelli di un modello; chiedere di ridurre il make-up di un altro, cosa che è stata fatta al line-up, perché è stata una sfilata condivisa con altri marchi e il tempo era poco; inginocchiarmi per allacciare le scarpe ad un terzo. Nel tempo in cui io mi sono alzata in piedi, la sfilata era finita. Giuro che non sono svenuta, mi è sembrato tutto avvenisse in un lampo. Forse mi son mossa al rallentatore. Mi è stato poi chiesto di uscire per fare il mio saluto finale. Sono uscita. Il posto era pieno e tutti si son girati verso di me. Ho fatto altra sfilate in passato, ma l'energia che c'era lì, era veramente sorprendente. Credo ci sia stata un po’ di sorpresa sul fatto che io sia una donna. Ho visto tante persone, cellulari e fotocamere e mi sentivo un po’ come un cervo catturato dai fari di un’automobile. Sono stata veramente sopraffatta da tutto. Per fortuna, sono riuscita a rimanere in piedi Credo che questo rimarrà per sempre il mio “momento Pitti”.

Progetti e sogni per il futuro?

Rimanere sani e concentrati. Fare di più e farlo meglio.  

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