Da “Generation Africa” Walé Oyéjidé e il suo brand Ikiré Jones

 

Ci avventuriamo alla scoperta di un altro dei brand ospiti all’ultima edizione di Pitti Immagine nell’ambito del progetto “Generation Africa”, voluto da Fondazione Pitti Discovery in collaborazione con ITC Ethical Fashion Initiative per mettere in luce la nuova creatività in arrivo dal continente africano. Moda maschile che mescola il sartoriale con un approccio inaspettato all’uso dei tessuti e temi ispirativi sempre legati alle problematiche del continente è alla base del lavoro di Walé Oyéjidé, creative director del brand Ikiré Jones, che abbiamo visto in passerella a Firenze e poi da noi intervistato per farci raccontare meglio il suo percorso lavorativo e il suo mondo di riferimento.  

 
Può descriverci la collezione che ha presentato a Pitti?
La collezione per la f/w 2015 ha come titolo "After Migration". Vuole simboleggiare il cammino di quei viaggiatori emigranti che si stanno integrando in una nuova società, cercando di mantenere però elementi delle proprie identità culturali.
 
Può dirci qualcosa di più sul suo stile? 
Il mio stile è radicato nella classica sartoria maschile italiana, ma è influenzato dal design africano in un modo diverso rispetto alla norma. L'influenza africana proviene dall'atteggiamento e dalla tecnica di prendere qualcosa che già esiste e trasformarlo grazie ad una nuova forma. Così, per esempio, posso avere un cappotto Casentino, che è generalmente percepito come italiano, ma foderarlo con stampe audaci  africane per dargli una nuova personalità. Oppure posso prendere un'opera d'arte rinascimentale europea e usare quell'immaginario per raccontare storie di persone di discendenza africana, sotto forma di una sciarpa di seta. L'idea è sempre quella di reinterpretare con rispetto ciò che già esiste, mentre si aggiunge qualcosa di nuovo.
 
Qual è il target di riferimento? Da dove provengono le ispirazioni ? Quali sono le icone che ha in mente quando crea?
Le mie ispirazioni provengono dai titoli dei giornali che riguardano le persone che vengono dall'Africa. Mi sforzo sempre di discutere di questioni attuali, che possono anche essere preoccupanti per qualcuno, disegnando persone in abiti eleganti, ma con tessuti provocatori. Non penso necessariamente alle classiche icone durante la realizzazione del mio lavoro. Invece, ho in mente una generazione moderna di uomini che sono stati influenzati dalle molte culture che si sovrappongono nel mondo di oggi. La nostra società globale è diventata un posto molto piccolo. E vivendo spalla a spalla, le nostre culture inevitabilmente prendono in prestito elementi le une dalle altre. Penso che questa sia una cosa meravigliosa.
 
Quale parte del suo lavoro pensa appartenga al suo heritage e possa essere collegata all'Africa e alle sue tradizioni?
Credo che la costante necessità di narrazione sia ciò che più lega il mio lavoro alla tradizione africana. Per me è molto importante che ogni collezione abbia una rilevanza diretta sulle questioni che coinvolgono la popolazione africana in giro per il mondo. L'abbigliamento è, in ultima analisi, un veicolo per trasmettere un messaggio più grande che può raccontare i trionfi e i travagli delle persone provenienti dall'Africa sub-sahariana. È mia speranza che le persone non solo possano apprezzare l'abbigliamento che creo, ma che si pongano anche delle domande sul modo in cui percepiscono l'Africa, e si chiedano se tali percezioni che hanno sono basate sui fatti o fondate su stereotipi poco rispondenti alla realtà. In definitiva, spero di introdurre la cultura africana in quelle parti del mondo che possono non avere una grande familiarità con essa.
 
Quale è l'importanza di progetti come "Generation Africa", secondo lei, in generale e per il suo lavoro personale?
"Generation Africa" è estremamente importante per le opportunità che crea per quei brand che non potrebbero altrimenti avere le risorse per presentare il proprio lavoro su un palco importante come Pitti Uomo. 
Come sempre, quando si parla dell'inserimento di voci di minoranza in spazi di maggioranza, è tutto legato alla possibilità di accedervi. Non c'è carenza di designer talentuosi o brand africani, ma a volte le istituzioni più grandi non sanno dove trovarli. Organizzazioni come l'iniziativa Ethical Fashion sono in grado di aprire le porte agli stilisti di talento che possono essere stati in precedenza trascurati. Spetta poi a quei designer dimostrare che sono degni all'altezza di una piattaforma così prestigiosa. Ovviamente è una grande opportunità per i marchi giovani come il mio di dimostrare di avere una propria voce, degna di essere ascoltata. Praticamente ogni azienda di abbigliamento maschile nel mondo aspira a presentare a Pitti Uomo, quindi per un giovane brand africano passare dall'anonimato ai riflettori di "Generation Africa" è un magnifico dono.
 
Può dirci qualcosa sul preciso momento creativo che il continente africano sta vivendo ora, dal suo punto di vista?
Le persone delle numerose nazioni africane hanno sempre mostrato moltissimo talento. Ma a noi sembra davvero di essere in una nuova era, in cui i creativi africani hanno sviluppato le proprie identità a tal punto che l'arte e il design provenienti dall'Africa non sono solo visti come competitivi con il lavoro creato altrove, ma sono anche considerati come abbastanza unici per essere valutati per quello che sono singolarmente. Ci sono molte storie legate alle difficoltà cui è andato incontro questo continente, che possono essere raccontate attraverso l'arte e il design, ma c'è anche un sacco di gioia e di progresso che è in attesa di essere scoperto. Il mondo, in generale, sembra finalmente pronto a prestare attenzione a un angolo del pianeta che non è sempre stato il benvenuto nella conversazione creativa globale.
 
Un episodio, un momento, un ricordo speciale che ha di questa edizione di Pitti, qualcosa che ha voglia di condividere con noi?
Il momento in cui sono uscito da dietro la tenda dello show "Generation Africa" e mi sono inchinato per ricevere gli applausi del pubblico in sala. Sono sicuro che ogni designer ricordi la sua prima sfilata. Ma per me, essere in grado di avere il mio debutto sulle passerelle di Pitti Uomo è stata veramente un'esperienza speciale.
 
Progetti e sogni per il futuro?

Il dono e, allo stesso tempo, la maledizione di ricevere una così grande opportunità (in questo caso poter presentare il proprio lavoro a Pitti Uomo) è che si sente una pressione immensa nel cercare di superare il proprio lavoro passato. Sono molto entusiasta di intraprendere il viaggio di creazione delle prossime collezioni, e sono molto ansioso di portare avanti i rapporti che si sono instaurati a Pitti. Ogni volta che uno sale su un aereo e viaggia in tutto il mondo, ritorna sempre con qualcosa di nuovo che ha imparato. Non vedo l'ora di inserire le ispirazioni provenienti dall'Italia nel mio lavoro. 

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