12 giu 2016

The shape of the future
according to Studio Formafantasma

By Stefano Guerrini
 

Andrea Trimarchi, classe 1983, e Simone Farresin, nato nel 1980, sono i designer italiani che costituiscono il duo Studio Formafantasma, nome che sta conquistando una platea internazionale grazie a lavori che sono nelle collezioni permanenti di importanti realtà museali come il MoMA e il Metropolitan Museum di New York, il Victoria and Albert di Londra, il Chicago Art Institute, il Mak Museum di Vienna, solo per citarne alcuni. I due, dopo aver terminato un master alla Design Academy di Eindhoven nel luglio 2009, hanno deciso di stabilire i propri headquarters ad Amsterdam. Da qui collaborano con molte realtà, anche di moda, fra cui Fendi, MaxMara/Sportmax, Hermes. Incuriositi dal loro percorso, e anche della stima di cui godono a livello internazionale, non a caso nel marzo del 2011 Paola Antonelli del Museum of Modern Art in New York e il critico Alice Rawsthorn li hanno inseriti fra gli studi che negli anni a venire daranno una forma al futuro del design, li abbiamo raggiunti e intervistati. Ecco la nostra chiacchierata con Andrea e Simone.

 
Come è nato il vostro progetto, come siete diventati Formafantasma? Perché questo nome?
Abbiamo studiato entarmbi all’ISIA e poi alla Design Academy di Eindhoven. Li ci siamo iscritti mandando un portfolio congiunto e siamo stati accettati come team. La decisione di continuare gli studi fuori dall’Italia è perché trovavamo il modo di lavorare dei designer della nostra generazione in Olanda piu simile a noi e al nostro modo di esplorare il design come disciplina. Ad Eindhoven abbiamo approfondito la nostra attitudine concettuale e avuto modo di esplorare maggiormente tematiche non necessariamente o direttamente legate alla produzione di massa.
 
A quali progetti del vostro percorso vi sentite più legati?
Un progetto a cui siamo molto legati è “Botanica”, commissionato da fondazione Plart. Questo lavoro ha richiesto un lungo periodo di ricerca. Botanica riporta alla luce alcuni polimeri di origine vegetale utilizzati prima dell’avvento del petrolio. È stato rischioso, ma affascinante dedicare un periodo relativamente lungo a ricercare materiali praticamente scomparsi.
Gli oggetti parte della collezione ‘Botanica’ sono pensati come se l’era del petrolio in cui viviamo non fosse mai iniziata. Quasi come degli storici abbiamo analizzato il periodo pre-bakelite tra diciottesimo e diciannovesimo secolo, quando ricercatori e scienziati si avventuravano nella sperimentazione drenando piante e animali, investigando le possibilità tecniche ed estetiche dei polimeri naturali.
Se ad oggi possiamo dire di essere in corsa verso un’era  post petrolio, il periodo pre-petrolio sembra essere nuovamente riscoperto in cerca di alternative sostenibili. Il nostro lavoro guarda al passato come fonte di ispirazione per offrire all’utente un punto di vista alternativo sull’idea di plastica, reinterpretando materiali e tecniche perdute.
Questo è un progetto che ci ha dato molte soddisfazioni. Ad oggi è nella collezione permanente del Moma di NY, del Victoria and Albert di Londra, dell’Art Institute di Chicago, del Mak di Vienna e del Metropolitan di NY.
Dal punto di vista lavorativo il nostro incontro con la Galleria Libby Sellers di Londra e con Galleria O - Giustini Stagetti di Roma è stato fondamentale. Ci hanno dato lo spazio necessario per esplorare le idee alla base del nostro lavoro.
 
Un duo di italiani che risiede e lavora ad Amsterdam (se non erro). Come mai questa scelta? 
Prima stavamo ad Eindhoven, ma eravamo stanchissimi di stare lì perché è una città molto provinciale. Ovviamente le siamo molto affezionati, ci ha dato molto, ma era tempo di cambiare. Amsterdam è una città bellissima dove la qualità della vita è molto alta. E poi ci piace l’acqua. Le città attraversate da un fiume o vicino all’acqua sono sempre speciali.
 
In cosa vi sentite, creativamente e non, italiani e cosa invece non appartiene alle radici italiane?
Con la globalizzazione, la velocizzazione dei mezzi di trasporto e la decrescita dei costi dei voli le distanze si sono molto accorciate. Non saremo mai Olandesi perché non abbiamo nessuna necessità di esserlo. Le migrazioni quasi forzate dei nostri antenati verso molti Paesi Nord Europei o persino verso Australia o Stati Uniti presupponevano la necessitò di cambiare radicalmente, di lasciare alle spalle una cultura e di abracciarne un’altra come forma di sopravvivenza. Noi non abbiamo tali necessità. Non abbiamo nemmeno bisogno di un permesso di soggiorno per vivere in Olanda. 
Non sappiamo come sarebbe il nostro lavoro se fossimo rimasti in Italia. Ovviamente sarebbe molto diverso: anche se umani siamo comunque dei mammiferi facilmente condizionabili dal contesto, ma sufficientemente indipendenti da non esserne soggiogati!
Seppure ci sono differenze molto grandi tra la cultura Italiana e quella olandese non ci interessa nel nostro lavoro parlare di Italianità o identità Nazionale se non in modo critico. 

Perché questo nome?
Al nome Formafantasma siamo molto affezionati perché lo abbiamo deciso ancora prima di avere lo studio e di trasferirci in Olanda.  Sta a indicare come la nostra ricerca si basa su una matrice concettuale più che formale (molti degli oggetti che abbiamo disegnato richiamano ad archetipi). La forma, essendo conseguenza di un processo, può di volta in volta mutare, adattarsi, evolvere.
 
Da dove arrivano le ispirazioni per il vostro lavoro? 
Dall’isolamento e dall’osservazione e analisi della vita comune. Poi ovviamente viaggiamo molto per lavoro e pertanto abbiamo modo di entrare in contatto con realtà molto diverse. La creatività ha sicuramente bisogno di stimoli, ma anche di lunghi periodi di digestione.
 
Quali sono i vostri design-heroes, i vostri personaggi di riferimento e perché? 
Ammiriamo molto il lavoro di George Nakashima, C.Mollino, Gino Sarfatti, Hella Jongerius, E.Sottsass, Dieter Rams, Metahaven e molti altri. Sono tutti designers molto diversi, ma in generale amiamo il loro approccio. Per esempio Dieter è un maestro per il rigore nel prodotto industriale, Sarfatti per la luce e Hella nella comprensione che nel contemporaneo disegnare prodotti nuovi non è l’unico modo per fare design, il suo lavoro con colori e materiali per Vitra ne è un esempio. Metahaven perché’ sono radicali e politici nel loro lavoro.
 
Avete lavorato con alcune realtà di moda, quali i marchi che sentite più affini?
Abbiamo lavorato con Hermès , Fendi e Sportmax. Tutti e tre i marchi provengono dalla produzione non sono dei semplici Brand:Fendi ed Hermès in modo particolare per la pelletteria e Max Mara per la maglieria.
 
In generale come vi ponete nei confronti della moda, cosa vi piace di quel mondo e cosa invece no? 
L’orrore della moda è essere una disciplina dove i prodotti hanno un ciclo di vita brevissimo. Allo stesso tempo questo è il suo punto forte. Un fashion designer ora deve sfornare almeno 4 collezioni all’anno. Non c’e’ tempo per la riflessione, ma solo per l’istinto. Questo può’ generare mostri orrendi o bellissimi! 
 
A cosa state lavorando al momento?
Stiamo collaborando con una  azienda per alcuni prodotti industriali e stiamo ultimando un progetto per lo Stedelijk Museum di Amsterdam, stiamo preparando il fashion show per Sportmax e a giugno presenteremo la Collezione Delta a Design Miami/Basel per la Galleria O - Giustini Stagetti. Stiamo anche sviluppando un progetto per la National Gallery di Melbourne.
 
Progetti per il futuro? 
Da Novembre 2017 aprirà’ una nuova università MADE Program ad Ortigia (Siracusa), Sicilia dove noi saremo alla guida del Dipartimento di design “MAN MADE’.
Il corso si pone come obiettivo quello di rispondere alle urgenze ecologiche globali contemporanee attraverso lo studio e l´applicazione sia dei nuovi sistemi produttivi e di informazione digitale che di quelli locali ed artigianali. La comprensione delle dinamiche
complesse che caratterizzano la contemporaneità globalizzata deve passare in primo luogo per la capacità di riscoprire e lavorare con ciò che ci circonda.
L´educazione al design è qui intesa come ricerca e sperimentazione per lo sviluppo di una produzione più umana, volta all’interesse e alla preoccupazione verso le persone, gli animali e il pianeta in cui abitiamo.
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