Webinfluencers' Talks: Simone Marchetti

Fashion / Photography / Performance By Stefano Guerrini
 

Una recente inchiesta apparsa su un noto magazine online ha segnalato i redattori moda da seguire su instagram, quei personaggi che, fra una sfilata e l’altra, una fiera come Pitti e un set importante, postano immagini che diventano imperdibili per le frotte di fashion addicted loro fan. Da webinfluencer ora sono diventati social-influencer, capaci di esprimere con una foto o uno status su Twitter e Facebook opinioni precise e da addetti ai lavori, che diventano importante metro di giudizio per lo zeitgeist, lo spirito dei tempi legato alla moda e ai trend. A guardar bene la classifica i nomi presenti sono quelli di professionisti molto amati e preparati, siamo lontani dalle figure di wannabe che si inventano un ruolo, pur non avendone lo status. Fra i nomi più noti, e in testa alle preferenze degli amanti della moda sui social, c’è sicuramente Simone Marchetti, fashion editor de La Repubblica, Repubblica.it, D.Repubblica.it. I suoi articoli, durante le fashion week mondiali, ma non solo, sono un appuntamento imperdibile, ma è innegabile che accanto all’indubbia caratura giornalistica, Marchetti sia preso da esempio anche per il suo stile personale sempre impeccabile. Incontriamo Simone proprio per strappargli un’opinione sull’importanza del web e dei social nel fashion system.

 

Sei stato da più parti segnalato come uno dei redattori moda che bisogna seguire sui social. Quanto pensi possano aiutare instagram o Facebook il tuo lavoro?

Instagram, Facebook, Twitter ma anche Snapchat e Wechat fanno parte del mio lavoro d'informazione. E li tratto con la stessa passione di un magazine tradizionale.
 
Un episodio particolare legato al mondo dei social?
Ce ne sono innumerevoli. Dalle persone che ti fermano nei luoghi più impensati del mondo (l'ultimo, la kasbah di Marrakech mentro ero in vacanza) alle richieste di aiuto, informazione, supporto. Fino all'auto-moderazione spontanea dei commenti stupidi o offensivi. 
 
Quanto invece in generale i social aiutano la moda e la creatività? Soprattutto legato alle giovani leve, ad esempio.
Tantissimo, a mio parere. Per i piccoli marchi sono una miniera di visibilità, di contatti, persino di business. Ma occorre avere gli strumenti giusti per decifrare e capire i numeri di questi strumenti di informazione. I fake followers restano un problema e truccare i dati è ancora una norma.  Detto questo, secondo le ultime analisi che arrivano dagli Stati Uniti, i Social e le app stanno diventando persino più importanti di internet.
 
Parlando del ricambio generazionale nella moda, Pitti a giugno è Who’s on next. Quanto pensi siano importanti concorsi come questi?
Fondamentali. Aiutano, indirizzano, danno sostegno e visibilità. L'unico rischio è far conoscere un marchio senza supportarlo a livello di business. Oggi, più che mai, chi vende resta in piedi, gli altri spariscono. Per questo, oltre le sfilate e le presentazioni, occorre che qualcuno affianchi a livello di business i marchi che sono stati sponsorizzati per almeno un anno dal debutto nel concorso.
 
Chi fra i vincitori o i partecipanti passati ti piace particolarmente? 
Tutti quelli che sono passati dalla notizia, dalla passerella, dall'evento al business. Chi si è fermato all'immagine non m'interessa.
 
Un ricordo o un momento particolare legato a Pitti?
Durante l'ultimo Pitti Uomo, la performance di Tilda Swinton e Olivier Saillard. Soprattutto quando Tilda ha preso il mio cappotto con le farfalle ricamate e l'ha trasformato in una sorta di microscopio. È stato un momento di moda e di teatro indimenticabile.
Social