Exploring the 'genderless' trend: intervista ad Antonio Mancinelli

Fashion By Stefano Guerrini
 
"Genderless” e “agender” sono due termini che negli ultimi mesi sono entrati molto nelle rubriche fashion e nelle review delle sfilate. Una moda pensata per lei, ma che può influenzare anche il guardaroba di lui, e viceversa, non è certo una novità. Quello che ha colpito è che a diventarne paladino lo scorso gennaio è stato un marchio in fase di cambiamento, stiamo parlando di Gucci, il cui direttore creativo, Alessandro Michele, con una visione precisa e romantica di questa tendenza è riuscito in pochissimo tempo a riportare il brand fra quelli più amati dai fashion addicted. Ovviamente in un lampo il trend è esploso. Ma perché questa presa così immediata sul mercato e quale il pubblico a cui questa tendenza è diretta? Lo abbiamo chiesto ad alcuni addetti ai lavori e iniziamo oggi con la nostra intervista ad Antonio Mancinelli. Una delle penne più amate della moda, ma molto più di questo. Chiunque lo conosca, o lo segua su Marie Claire, di cui è Caporedattore, sa bene che il giornalista ha la fantastica capacità di linkare quello che vediamo sulle passerelle ad altri ambiti creativi. Mancinelli è un uomo di cultura, intelligente e ironico, e come tale sa raccontare il fashion sytem collocandolo in un preciso contesto sociologico. Per questo ci è sembrato la persona più adatta con cui iniziare questa nostra analisi.
 

ph. Giovanni Gastel 

 
Il concetto di genderless non è sicuramente nuovo, penso all'arrivo dei giapponesi in Europa negli anni Ottanta, penso al minimalismo estetico di certi designer negli anni Novanta. In cosa a suo avviso è cambiato il concetto e come la gente si approccia ad esso ora? 
Secondo me, la pervasività del "genderless" - o meglio "agender" - nella cultura popolare di oggi si differenzia dal culto dell'unisex degli anni ‘70 e ‘80, nell'intercambiabilità dei capi che un tempo erano fortemente connotati come "femminili" o "maschili". Mi spiego: se l'utopia del vestirsi allo stesso modo di trenta o quarant'anni fa si risolveva sostanzialmente in una semplificazione segnica dell'apparato vestimentario - e dunque la tuta transessuale trangenerazionale, il pullover oversize ipersemplice, il cappotto senza bottoni - oggi, invece, c'è una traslazione da un guardaroba all'altro di camicette con pizzi e fiocchi, di giubbotti da biker, di sottovesti, di gioielli. Personalmente, ritengo questa estetica molto contemporanea e, nel contempo, estremamente interessante dal punto di vista del marketing. I nuovi consumatori di oggi - soprattutto stranieri, soprattutto giovani - non si ritrovano più nel completo "tailored" giacca-cravatta, ma cercano una nuova divisa, una nuova forma di espressione. Che contempli anche il poter prendere alcuni "pezzi" del guardaroba di lei, il contrario è successo da sempre, e indossarli senza timori di essere giudicati sessualmente "bizzarri". Come sottolinea un bellissimo articolo del "The Atlantic",  “Pink Wasn't Always Girly” di Anna Broadway, del resto la distinzione tra quello che oggi consideriamo "virile" o "da ragazza" sia comunque un'eredità culturale eterodotta e perfino recente: ne “Il grande Gatsby”, ricorda la giornalista, Jay viene criticato dal marito della sua amante perché indossa un completo rosa. Ma l'insulto non risiede nel fatto che sia un colore femminile, quanto in un'accusa di ineleganza. Negli anni Venti, il rosa era infatti il colore della working class. Penso che la diffusione del genderless avverrà a lento rilascio, con declinazioni molto più sfumate, ma alla fine sarà accolta da tutti come una novità da considerare per dare un tocco di contemporaneità al proprio aspetto. Cara Delevingne solca il red carpet in completo da uomo. Brad Pitt e Angelina Jolie  si fanno paparazzare ai BAFTA Awards con uno smoking identico. La scrittrice Donna Tartt si fa fotografare solo in giacche da uomo, camicie maschili abbottonate, pantaloni e stringate. Conchita Wurst ha vinto l’Eurovision in tubino di glitter, capelli fluenti e barba nera curatissima. Il Department Store londinese Selfridges inaugura un intero piano di abbigliamento denominato #Agender. Mi sembrano segnali forti che raccontano come questa non sia una tendenza passeggera, ma una maniera di stare al mondo e di apparire agli altri che sta profondamente cambiando la società.
 
Si è parlato molto di genderless anche grazie al successo dell'estetica proposta dal nuovo designer di Gucci, Alessandro Michele. A suo avviso perché c'è stato questo enorme riscontro mediatico e di pubblico alla nuova era Gucci? 
Credo che la risposta sia contenuta nella domanda precedente: ci sono nuovi consumatori che stanno cercando una moda identitaria, individuale e che li rappresenti in modo preciso e personale. Senza dimenticare che nel miliardario giro d’affari globale della moda il mercato dell’abbigliamento maschile è ormai da un quinquennio in crescita nettamente più rapida di quello femminile: l'operazione di Alessandro Michele, dunque parte da un'intuizione giusta espressa al momento giusto. Il sistema della moda, come dice Ugo Volli,  somiglia alla "ola" durante le partite di calcio. Per essere nell'onda giusta non ci si può muovere prima o dopo "un" momento preciso, ma solo ed esclusivamente in quello. Il dato che a me sembra più interessante è che il direttore artistico di Gucci non parli quasi mai di "genere" o di "ruoli", quanto di "bellezza". Se i sessi sono due e il Bello - inteso come categoria platonica - è uno, perché non condividerlo? Mi sembra una prospettiva molto interessante, ma ripeto: con molte più connessioni all'aspetto commerciale di quanto si sia portati a credere da certe sfilate, certe pubblicità, certi modelli. Il riscontro mediatico è avvenuto proprio perché nelle generazioni più giovani si è sentita la necessità di "indefinizione"  riguardo alla propria sessualità, che dunque può manifestarsi sotto forma di moda priva di genere. E non è un caso se le dichiarazioni di bisessualità stiano diventando un vero e proprio trend tra le celebrity e una new wave di modelli trans stiando ridisegnando il concetto di bellezza. Che nell'operazione di Gucci ci sia anche un richiamo a un'adolescentizzazione continua della società, è un altro elemento indubbio, che alla fine, per me, è il vero punctum della questione. Cioè: in un Occidente dove non si fanno più figli, si invecchia sempre più, il lusso oggi equivale a un corpo efebico, in evoluzione, non ancora tipizzato da un grande seno o dalla barba. Il corpo di un adolescente, appunto. Averne uno è il vero lusso di oggi. 
 
In cosa si traduce nel quotidiano, nei nostri usi comuni, questo nuovo approccio genderless? Ammesso che effettivamente sia qualcosa che possa andare ad incidere sul gusto del grande pubblico. in tal senso, secondo lei, sarà fenomeno passeggero o no?  
Non sarà un trend passeggero. Viviamo in un momento di crisi molto forte e il genderless è uno dei mezzi per cavalcare questa realtà di cui la moda è solo la rappresentazione esteriore. Tutto questo poi avrà sempre meno a che fare con l'orientamento sessuale di ognuno. Ma rappresenterà un mezzo di contrasto per identificarci. Nella quotidianità penso a forme più comode, sartoriali eppure minimal, a colori-non-colori, a dettagli vintage come gioielli antichi. C'è bisogno di dolcezza e un maschio non aggressivo e una donna non vamp sono i migliori portabandiera di questa necessità socioculturale. La moda usa l’androginia per sottolineare un desiderio di artigianalità e tenerezza. E, insieme, riconduce anche alla voglia di appartenere a una tribù tutta "trans" - transessuale, transnazionale, transgenerazionale - unita dall’amore per certe (sub)culture musicali e/o artistiche che comprendono e superano i ruoli predefiniti. 
 
Escludendo il già citato Gucci, quali i marchi che secondo lei stanno traducendo questo tipo di trasversalità in maniera più interessante e perché?

Penso ad alcuni marchi, soprattutto americani, di rottura - due per tutti: Hood By Air e Telfar - che introducono nei consumi d'alta gamma quelle realtà giovanili, spesso culturalmente periferiche, che vedono l'atto del vestirsi come uno statement più politico che estetico, in nome di un'uguaglianza socioculturale che non è solo strettamente legata alla sfera sessuale. Vince, come ho detto prima, l'idea di tribù, di gang, di family, di posse. Ma non posso non citare il "padre" - anche se anagraficamente molto giovane - del genderless contemporaneo: Rad Hourani. Per primo, addirittura, è stato autore  di una linea di Haute Couture asessuale, e lui stesso racchiude esperienze differenti per destinazione e visioni: è regista, fotografo, artista. Trovo estremamente interessante anche il lavoro della designer Stephanie Hahn che con la linea 22/4_hommes_femmes  sta progettando una serie di "divise" utilizzabili da uomini e donne con lo stesso risultato: una sobria, modernissima, sussurrata eleganza. 

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