EXPLORING THE ‘GENDERLESS’ TREND: INTERVISTA A LUCA IMBIMBO, italian editor for Fucking Young! Magazine.

Fashion By Stefano Guerrini
 

Intellettuale, amante delle buone letture, è un fan di Goethe, ma anche del più contemporaneo Paul Auster, e non tutti sanno che ha una laurea in Filosofia dei Processi Comunicativi, ottenuta all’Università dell’Aquila, Luca Imbimbo non è solo uno dei personaggi più fotografati alle sfilate per la sua indubbia eleganza, ma è anche, e soprattutto, l’italian editor di quella che viene considerata una delle nuove bibbie dello stile mondiale, declinate al maschile, cioè la rivista cartacea, ma con una versione online seguitissima, Fucking Young!. E il suo approccio di attenta analisi di quelli che sono i movimenti della moda e di come questi abbiano un filo diretto con quello che avviene in altri ambiti creativi e non solo, fanno di Imbimbo il personaggio ideale per continuare la nostra inchiesta sullo stile ‘genderless’ iniziata con Antonio Mancinelli. Eccovi quindi la nostra chiacchierata con Luca Imbimbo. 

 
Il concetto di genderless non è sicuramente nuovo, penso all'arrivo dei giapponesi in Europa negli anni Ottanta, penso al minimalismo estetico di certi designer negli anni Novanta. In cosa a suo avviso è cambiato il concetto e come la gente si approccia ad esso ora?
Dunque caro Stefano, l'argomento richiederebbe un approfondimento che rischierebbe di annoiare anche i lettori più affezionati. Cercherò di essere breve, brevissimo.
Focalizzando l'attenzione sul concetto di genderless, quello strettamente legato alla moda, va ribadito il fatto che non ci troviamo dinanzi a una novità. Esiste da sempre, pensiamo ai Greci o ai Romani. Il teatro "illuminato" ne ha esasperato i contorni, il XVIII lo ha imbellettato e condotto fino a noi nella sua forma contingente. Già Giorgio Armani ne aveva fatto cavallo di battaglia destrutturando le tipiche giacche maschili alla fine degli anni '70 e trasformandole in oggetto del desiderio per le Tess McGill di tutto il mondo (nuove yuppies per la prima volta al comando). Nel corso del tempo si è spesso tornato a parlare di genderless, a fasi alterne. Detto banalmente, sono i corsi e i ricorsi storici.
In realtà, io non credo che la sua secolare evoluzione ne abbia trasformato la sostanza. Il cambiamento è puramente formale. Oggi, ad esempio, è strettamente connesso al momento storico che ci troviamo a viverre. La crisi economica internazionale, vera o fittizia che sia, ha aguzzato l'ingegno dei più. Dal Nord Europa e da alcuni paesi dell'Asia - Corea e Giappone in primis - è partito un processo di semplificazione e ottimizzazione del capo da vendere. Così assistiamo all'avanzare costante di designer in grado di creare indumenti di alta qualità, four seasons, non legati alle tendenze, ovviamente unisex. Il consumatore medio ne è attratto, ne fiuta la potenzialità, si sente invogliato all'acquisto.
 
Si è parlato molto di genderless anche grazie al successo dell'estetica proposta dal nuovo designer di Gucci, Alessandro Michele. A suo avviso perché c'è stato questo enorme riscontro mediatico e di pubblico alla nuova era Gucci?
Il fenomeno Michele è esploso nel momento giusto e nelle modalità più funzionali al mercato. Che sia stata una splendida operazione di marketing studiata dal marchio o puro frutto del genio del designer a noi non interessa. Il successo è innegabile e, a parer mio, meritato. Non credo tuttavia che tale successo sia concretamente legato al concetto di genderless - che pure emerge chiarissimo in entrambe le collezioni uomo presentate da Michele. Sono altresì convinto che sia invece connesso alla capacità di quest'ultimo di essere evocativo e al contempo classicamente avanguardista. Michele ha reinterpretato l'archivio del brand in maniera originale, rispettandone il DNA e lo specifico peso. Ha esaltato il lusso tipicamente italiano da tempo appannato. Lo ha fatto con una leggerezza mai frivola facendo leva su un pubblico giovane, diverso, già abituato a non essere legato alle rigide regole del maschile e del femminile.
 
In cosa si traduce nel quotidiano, nei nostri usi comuni, questo nuovo approccio genderless? Ammesso che effettivamente sia qualcosa che possa andare ad incidere sul gusto del grande pubblico. in tal senso, secondo lei, sarà fenomeno passeggero o no?
La società confonde i ruoli, è una declinazione naturale. Ci siamo abituati. Non c'è un approccio predefinito al concetto. I differenti organismi culturali ne hanno assorbito i tratti, li hanno masticati e digeriti, inclusa la moda. Per tale ragione non possiamo definirlo un fenomeno passeggero perché tale non è (fenomeno intendo). Probabilmente a lungo andare se ne parlerà di meno, ci si abituerà ad esso così come oggi ci è dato, perderemo interesse. Forse tra dieci anni assumerà una nuova forma e torneremo a discuterne nuovamente, proprio come adesso.
 

Escludendo il già citato Gucci, quali i marchi che secondo lei stanno traducendo questo tipo di trasversalità in maniera più interessante e perché?
Come anticipavo prima, c'è una corrente soprattutto nord-europea che ha fatto del minimalismo concettuale e delle sue declinazioni (incluso il genderless) il proprio punto di forza. Si tratta per lo più di designer che creano capi basici, versatili e facilmente adattabili. Gli high brand del fashion system internazionale non sono rimasti indifferenti a questo tipo di tendenza: l'hanno fatta loro, senza snaturarsi. In tali casi il processo di integrazione è più sottile e meno netto, certamente sofisticato e spesso non convenzionale. Penso a Dries Van Noten, a Rick Owens, a J.W. Anderson, a Damir Doma, a Thom Browne, a Comme des Garçons, a Issey Miyake, a Xander Zhou, a Katie Eary, a Todd Lynn, a Siki Im. Tutti assolutamente diversi l'uno dall'altro. Tutti con un unico minimo comun denominatore. 

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