Questioni di talento. Intervista ad Antonio Mancinelli

Fashion / Design By Federico Poletti
 
 
Parliamo di talento e nuove generazioni di creativi nella moda maschile con Antonio Mancinelli. Un’intervista in esclusiva per Pitti Discovery.
 
Che cosa significa per lei "talento"?
«La parola "talento" per me equivale a un equilibrio tra la conoscenza del mercato e delle sue oscillazioni del desiderio e una visione individuale del mondo. È in questo magico punto d'incontro tra due elementi - uno esteriore, l'altro interiore - che si può sviluppare una prospettiva estetica che vada al di là del semplice seguire i trend del momento. Ma oltrepassi anche certe sterili ricerche di manierismo della stupefazione che non si attaglia al mondo della moda (e anche il concetto di "arte per l'arte", ormai mi sembra decisamente superato)».
 
Il sistema moda italiano supporta abbastanza i nostri talenti? 
«Direi proprio di no. Sia reso onore e gloria a chi, come Giorgio Armani che offre il suo teatro o Dolce & Gabbana che hanno creato uno spazio di vendita a nomi nuovi, cercano di vivificare un panorama italiano di moda che è un paesaggio ormai simile a se stesso - un bellissimo paesaggio, intendiamoci - da troppi anni. Ma parliamo di realtà squisitamente private, e la Camera della Moda non può più affidarsi a certe "cortesi" iniziative dei grandi brand. Tocca alle istituzioni trovare 
soluzioni per presentare alla stampa e agli addetti ai lavori una new wave di creativi che esiste, sta affermandosi ed è estremamente interessante. Forse ci si potrebbe ispirare al modello francese - che nel proprio calendario inserisce ogni giorno un designer meno celebre - o invece fare come i Festival del Cinema, da Cannes a Venezia, con una sezione del calendario che sia dedicata solo a loro, come "Un certain regard"....».
 
 
 
Nel panorama italiano chi ha maggior potenziale, secondo lei? 
Sono molti i nomi italiani interessanti. Come in un grafico cartesiano, darei quattro nomi-chiave a cui far agire la nuova moda pensata e realizzata in Italia. Il primo è quello di Luca Larenza, giovane anagraficamente ma estremamente rispettoso della tradizione: conduce una ricerca innovativa sulla maglieria e sui capispalla maschili che realizzano una metamorfosi della classicità in modelli che sono contemporanei, desiderabili, molto accurati e ragionati.
 

 

Un altro nome su cui punto è Gabriele Pasini, con la sua linea sartoriale prodotta da Lardini, di cui firma la collezione eponima. Pasini, esperto in sartoria maschile da oltre 25 anni, regala un'idea di eleganza formale che sembra seguire passo dopo passo in punti dell'atelier più canonico, ma nello stesso tempo insinua tra le pieghe dei suoi abiti impeccabili un certo tono ribelle, quasi sofisticamente eversivo, come nei due doppiopetti sovrapposti di blazer e gilet dell'abito a tre pezzi o il tessuto da arazzo floreale fiammingo, "ritagliato" in una sahariana militare.

 

 

Dall'altro lato, metterei sotto la luce dei riflettori l'estetica etico-etnica di Stella Jean che. in una voluta con-fusione di influenza geografiche mixa forme occidentali a motivi africani, influenze giapponesi e crinoline da '700 francese: in questo, la sua operazione ha una valenza estremamente intellettuale, equiparabile al lavoro di un artista come Yinka Shonibare, ma smorzandone la valenza di contestazione politica.

 

 

Infine, un giovane vero, Francesco Ferrari, che con la sua collezione "Soul Skin" elabora nuove strategie vestimentarie che frugano nella tematica dei generi sessuali, con un uso sapiente di pelle e tessuti più lievi, declinati in strutture indossabili di elaborata semplicità, risultato di una ricognizione su un abito che sia anche mezzo di contrasto della propria personalità. E di Ferrari amo molto anche la sensibilità a nuovi modi di comunicazione, che siano il video o l'utilizzo spregiudicato dei social network per diffondere uno stile che si apparenta più con la sperimentazione che con il già visto, il già sentito, il già indossato. I miei quattro punti cardinali sono questi. 

 
 
Il consiglio che darebbe a un talento per emergere? 
Troppo facile dire «Non arrenderti, insegui i tuoi sogni». Ma sarebbe davvero ridondante e falso. Anzi, forse consiglierei un'autoanalisi molto cruda e molto lucida prima di iniziare questo lavoro, che alla fine è realizzare un guardaroba per la società, per il tempo in cui si vive. Quindi, nessun consiglio, ma una raccomandazione: non copiare mai, anche se è giusto avere dei grandi maestri. Si può loro tributare un omaggio riproducendo il loro "metodo", mai i loro vestiti. 
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