Guest Nation Yasya Minochkina

Fashion / Performance Conosciamo i designer della Pitti Guest Nation 2014
 
Che cos’è per te lo stile “femminile”?
Per me la femminilità non è legata all’ostentazione della sessualità femminile. Non ha a che fare con la pelle nuda, il seno grande, i fianchi o la vita sottile. Per me la femminilità è legata alla fiducia delle donne in se stesse. Secondo me, se una donna è sicura di sè, chi le sta intorno lo vede e ne è attratto. Quindi, uno stile femminile è quello che dà alla donna una sensazione di sicurezza. Ma ogni donna concepisce la femminilità a modo suo. C’è chi preferisce la visione di Ann Demeulemeester e Rei Kawakubo, altre preferiscono Gucci o Chanel. Per cui la femminilità è anche legata alla personalità. 
 
Quando è iniziata la tua passione per la moda e il design?
È iniziata quando avevo solo 7 anni. Un’amica di mia madre faceva la sarta e io l’aiutavo a riparare i vestiti dei clienti. Lo trovavo estremamente interessante. Fin dall’infanzia, quindi, ho sognato di diventare una stilista.
 
Da dove deve iniziare un designer per dare stile alle donne, senza che debbano rinunciare alla propria identità?
Credo che oggi il mondo della moda sia troppo fine a se stesso e che tutto sia eccessivamente studiato. In quanto creatore, ogni stilista dovrebbe far sentire la propria voce, senza però dimenticare i propri potenziali clienti. Bisognerebbe dar vita a dei capi iconici, che diano un messaggio chiaro, siano indossabili e non contengano nessun dettaglio eccessivo. È una questione complessa, perché ogni donna decide da sola se gli abiti devono nascondere la sua identità o metterla in risalto.
 
Quali sono i capi fondamentali, quelli che non possono mancare nella tua collezione?
Per la stagione AI 2014, voglio concentrarmi su vestiti e cappotti iconici. Utilizzerò molti tessuti spessi come la pelle testurizzata e la lana, in ricche tonalità scure, e aggiungerò elementi inaspettati di rete in neoprene dai colori brillanti. Gli elementi chiave sono quindi cappotti e vestiti dalle forme semplici e pulite e tessuti eleganti.
 
Dove ti vedi tra dieci anni? 
Tra dieci anni voglio vivere e lavorare a Parigi, perché è il posto perfetto per uno stilista. Ma non dimenticherò mai le mie radici.
 
A quale stilista ti ispiri? Chi è la tua icona della moda? 
Trovo ispirazione nei lavori di Alber Elbaz per Lanvin, Riccardo Tisci per Givenchy, e mi piacciono molto anche le creazioni di Dries Van Noten e Junya Watanabe. Non mi piace idolatrare le persone, ma adoro l’audacia di Anna Dello Russo, la creatività di Miuccia Prada, lo stile di Kate Moss, lo spirito di Julia Timoshenko e la determinazione di Daria Shapovalova.
 
Qual è il tuo metodo creativo?
Traggo ispirazione dai viaggi e dalle città. Capita che realizzi una collezione dopo aver visto un particolare edificio, un parco o una strada. E il processo stesso del lavoro nel settore della moda è una fonte di ispirazione. A volte la Musa mi appare, altre volte no; io continuo ad andare avanti.
 
Qual è stato il tuo errore più grande? Quello da cui hai imparato di più?
A volte è difficile trovare persone di cui potersi fidare. Una volta il mio modellista ha rubato tutti miei modelli e ha compromesso seriamente l’intero processo di creazione della collezione. Adesso seleziono i componenti del mio team con grande attenzione.
 
Che cosa ti aspetti da questa esperienza a Pitti Uomo e W?
Voglio mostrare il mio lavoro a dei veri professionisti del settore della moda e sentire la loro opinione sulla mia collezione. Voglio incontrare nuove persone, voglio presentare il mio marchio agli acquirenti e alla stampa, voglio vedere come si svolgono eventi così grandi.
 
Se non fossi una stilista, che cosa avresti fatto?
Avrei lavorato nel settore della finanza. È la professione che i miei genitori volevano per me. Ma erano un architetto e un pittore, per cui ho seguito le loro orme. E il lavoro di stilista è anche un omaggio a mia nonna, che aveva un suo laboratorio.
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