27 mag 2000

Events Shirin Neshat

Photography Ultimi lavori fotografici e Soliloquy
 

Una certa nostalgia—dei piaceri semplici dell’infanzia, di legami sociali forti e di tradizioni antiche—pervade Soliloquy, la recente installazione filmica di Shirin Neshat, artista iraniana di nascita, newyorkese di adozione. Al pari delle sue precedenti opere d’impianto semi-autobiografico quale, ad esempio, Rapture, Soliloquy è una riflessione sul senso di disorientamento generato dal cambiamento dei valori. Il film è composto da due parti che vengono proiettate su schermi antistanti a grandezza naturale. L’artista stessa, che per la prima volta compare in uno dei suoi film, interpreta il ruolo della protagonista in entrambi i segmenti del cortometraggio. Lo spazio tra i due schermi è la rappresentazione simbolica dello scisma tra la società in cui Shirin Neshat è nata e quella in cui vive oggi. La donna—coperta dal tradizionale chador nero e con la medesima postura stoica per tutta la durata del film—appare identica in ambedue gli scenari. La differenza è che mentre una storia si svolge tra le polverose rovine di una città dell’Asia, l’altra si compie in una movimentata metropoli dell’Occidente. A un livello narrativo più elementare, il film descrive una giornata in cui l’esistenza delle due donne segue un percorso parallelo. Come gli altri film di Shirin Neshat anche questo è senza parole: canti curdi si confondono a trasmissioni radio a onde corte captate tanto in Occidente quanto in Oriente e accompagnano l’una e l’altra donna mentre vagano in cerca di conforto. Una delle due protagoniste giunge in una moschea, l’altra in una chiesa cattolica. Entrambe finiscono poi per riprendere le rispettive peregrinazioni, ma mentre una riparte con un senso di rinnovamento derivante dall’esperienza di aver preso parte a un rituale di purificazione e di essere pervenuta a una forma di accettazione, l’altra, dopo esser rimasta seduta in disparte in fondo alla cattedrale, esclusa dalle preghiere di monache e preti, appare ancora più smarrita di prima. Sia l’una che l’altra donna sono avulse dal mondo in cui vivono e alla fine entrambe si ritrovano sole. Più che le vicende di una singola donna, il film descrive infatti l’esperienza di chiunque aneli a un qualcosa di più, sia questo una qualche forma di legame spirituale o anche la semplice sensazione di far parte di una collettività.Soliloquy è la terza installazione filmica portata a termine da Shirin Neshat e, con i suoi diciassette minuti, è anche la più lunga. Delle tre è quella di stampo più narrativo, la più elaborata e la prima a essere girata a colori. 

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