09 giu 2015

Art and fashion talk “The power of passion and patience”. Intervista ad Arthur Arbesser

Fashion / Design by Sara Pizzi
 


Essere stilista è come sapere scrivere. Non c’entrano solo le indispensabili capacità creative, le innate abilità artistiche, fondamentale è avere qualcosa da dire. E’ svelare una storia giorno dopo giorno, che sia declinata attraverso una collezione o lungo le pagine di un romanzo, con il piglio deciso di chi sa che la carriera che ha intrapreso è difficile, ma è l’unica che vuole continuare. La sola in grado di fargli battere il cuore. 

La moda, come la scrittura, o l’arte in genere, è passione. Tutto ruota intorno a questa. E alla pazienza, nel sapere aspettare e nel volere migliorarsi. Nello scegliere il proprio percorso. Quando scrivi di un designer emergente, molto spesso ti appassioni alla sua storia, trovi affinità e similitudini di vita. Ma non sempre quella lucidità e chiarezza che sono fondamentali in questa professione.

Difficile è trovare qualcuno come Arthur Arbesser in grado di unire una volontà solida, idee e obiettivi, a una creatività in continua evoluzione. Disciplina ed estro. Stile e rigore. Il suo lavoro è passione e pazienza, e ci tiene a specificarlo.
 
Lo abbiamo incontrato a qualche giorno dal Pitti Uomo e dalla sua partecipazione come Pitti Italics (ndr. è il programma attraverso il quale la Fondazione Pitti Discovery promuove e supporta le nuove generazioni di fashion designer più interessanti che progettano e producono in Italia), ecco che cosa ci ha detto.
 
 
Ho letto che la tua esperienza in Armani si è rivelata una delle tue più grandi scuole di vita ... Qual è stata la più grande lezione che hai imparato al fianco di Giorgio Armani? In che modo questo ha cambiato le tue prospettive e il tuo modo di lavorare?
 

Lavorare in Armani mi ha insegnato che nella moda tutto è basato su rapporti umani e sociali. Uno scambio di idee che non smette mai. E’ un’azienda così grande che è quasi inevitabile riuscire a rafforzare tutte le tue social skill, collaborando e rapportandoti con colleghi e fornitori. Da Giorgio Armani ho appreso che cosa significa realizzare una collezione strutturata, cosa non deve mancare e come capire quando ci sono elementi di troppo. Ho imparato a conoscere e amare i tessuti, la materia prima e la sua qualità. E la lezione più grande, senza dubbio, è stata imparare che se qualcosa porta il tuo nome, devi controllarne ogni piccolo particolare. Ogni pezzo che esce dalla tua azienda. Mi colpiva in modo impressionante la meticolosità con cui lui, al suo livello, controllasse ancora tutto personalmente.
Quando hai capito che volevi essere uno stilista? E che cosa ti piace di più del tuo lavoro?
 

A 13 anni sapevo già che era questo quello che volevo fare nella vita. Sono sempre stato molto affascinato dal mondo della moda e volevo entrare alla Saint Martins. A quel tempo i miei genitori non erano molto entusiasti, come tutti, immaginavano per noi figli una carriera da avvocato, ma poi hanno capito che la mia passione era vera. Ed è proprio la passione l’unica cosa che ti spinge a trovare la forza necessaria in te, in grado di superare barriere altrimenti insormontabili. Cosa amo del mio lavoro? Tutto direi. Ma se dovessi sceglierei, certamente adoro la fase iniziale nel percorso di realizzazione di una collezione. La fase embrionale, quando tutto è nella mia mente, e compio una sorta di sintesi tra tutte le fonti d’ispirazione e le idee, trovando un tema unico. E’ allora che davanti ai miei occhi si compongono forme, colori, musiche e immagino le modelle sfilare. Anche quando consegnano i primi modelli dalla produzione è molto emozionante.
 
Cosa ti aspetti dalla tua partecipazione a Pitti Uomo 88 come Pitti Italics?
 

Ho sempre avuto ben chiaro nella mia mente cosa fosse e cosa rappresentasse Pitti Uomo. E quando sono stato contattato dal team di Pitti, ero felicissimo e onorato. Perché so che dietro alle scelte di Pitti c’è un grande e serio lavoro di scouting. Ogni ospite, ogni partecipazione non è causale, ma il frutto di un lavoro di ricerca importante. Si tratta di un’opportunità molto bella per me. Significa che il mio percorso professionale si sta sviluppando correttamente e che sto lavorando bene. E poi la libertà che mi è stata conferita nella realizzazione del mio evento e nella presentazione della collezione è un fattore molto importante.
 
Parlaci della collezione che porterai a Firenze ... come descriveresti il tuo stile? E quali sono le tue maggiori fonti d'ispirazione?
 

Si tratterà di una vera sfilata, per rompere la continuità di presentazioni che hanno caratterizzato, fino a questo momento, il mio lavoro a Milano. A Pitti presenterò una collezione che potrei definire quasi unisex, un womenswear con incursioni maschili, ed è la prima volta per me. Il colore – basandomi anche sul tema del salone, That’s Pitticolor! – e le stampe saranno gli elementi chiave. E come al solito, non mancheranno i riferimenti al mondo dell’arte. Un progetto sintesi d’ispirazioni come le ceramiche anni ’70 di Bitossi e di riferimenti a quelli che sono i miei eroi artistici come Ettore Sottsass.
 
Le tue capacità e il tuo talento sono indubbi, ma cosa significa oggi essere un talento emergente? Quali aspettative e responsabilità comporta tutto questo?
 

Tramite la moda abbiamo l’opportunità di raccontare una storia. Ho sempre pensato a questo come a un percorso intimo, un’espressione di personalità, più che una questione di business. Anche se, ovviamente, sono consapevole che la parte commerciale sia fondamentale. Nelle mie creazioni traduco ricordi, conversazioni, incontri, persone, musica... persino le storie di certi artisti che mi hanno colpito più per la loro vita che per le opere. Ovviamente è un percorso molto personale, ma oramai esistono troppi punti di vista, troppe visioni, e se non riveli il tuo mondo, non riesci ad avere motivi per distinguerti.
 
Qual è stato il tuo traguardo più importante? E quali sono, invece, i tuoi obiettivi per il futuro?
 

Mi ritengo molto fortunato di avere quello che ho e di avere avuto coraggio di mettermi in gioco con la mia azienda. Fondamentale nel mio percorso è stato il fatto di essermi autofinanziato. Una grande sofferenza, lo ammetto, ma questo mi ha dato la possibilità e la spinta giusta per riuscire. Quando ti trovi di fronte a grandi sacrifici, diventi molto creativo, instauri collaborazioni con amici, ti ingegni a superare creativamente ogni ostacolo. E questo, all’inizio di una carriera, è molto utile. La cosa più importante oggi è avere una tua identità, qualcosa da raccontare e non pensare troppo ai numeri! Prima bisogna stabilire e far capire chi sei, anche se certe tue creazioni non saranno indossabili dalla massa. Bisogna avere un carattere forte ma non essere mai egoisti o avere fretta. Per il futuro mi auguro di continuare a fare quello che ho sempre fatto, passo dopo passo, con tempi umani, raggiungendo a ogni stagione un obiettivo sempre più importante. Mi piacerebbe vendere le mie creazioni selezionando i retailer, trovando posti che mi rappresentino e mi capiscano. E se poi vieni fuori una bella consulenza…
 
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