Art and fashion talk ONE DAY ALL WILL BE DUST, SAID KATERINA JEBB

Fashion / Photography By Fulvio Ravagnani
 

Parliamo con l'artista inglese Katerina Jebb dei suoi scatti per il catalogo del Museo Effimero della Moda a Palazzo Pitti.

Che tipo di approccio hai usato per fotografare i pezzi esposti?
 

Ho scannerizzato alcuni degli oggetti e dei vestiti, mentre altri li ho fotografati. Per scannerizzare occorrono tempo e fatica, perché l'immagine finale di fatto è una composizione di molte scansioni assemblate insieme.

Comme des Garçons, coat, spring-summer 2015. Collection Palais Galliera
 
Li hai trattati come opere d'arte, semplici abiti, ritratti o cos’altro?
 
Alcuni pezzi possono essere considerati opere d'arte, perché dietro alla loro creazione ci sono una riflessione e una maestria significative. Il mio lavoro è documentare ciascuno di essi nel modo più veritiero possibile.
Questi sono tutti oggetti inanimati che non verranno indossati mai più, ma a volte l'energia di un certo pezzo ha una presenza forte, che ti riempie la testa di idee: è la magia, il fascino del soggetto. 
Grès haute couture_SS 1960_Wedding dress by Dorothy McGowan in Who are you Polly Maggoo by William Klein (1966) Palais Galliera
 
Credi che fotografare e documentare tutti i pezzi possa renderli meno effimeri?
 
No. La parola "effimero" racchiude un concetto che fa riflettere e rappresenta una liberazione dal materialismo statico. L’atto di documentare un insieme di oggetti lascia una traccia materiale degli oggetti personali usati in un certo lasso di tempo. L'idea stessa di farlo è un processo fugace e transitorio; un giorno ogni cosa sarà polvere. Le persone vogliono amare e rispettare gli oggetti appartenuti ai propri antenati perché sono impregnati di storia e hanno un forte valore affettivo. Imporre un'idea di transitorietà va contro questo principio, ed è proprio questo aspetto a renderlo interessante: è un soggetto conflittuale.
 
Robert Piguet haute couture 1937 ca Evening bag Ph. Katerina Jebb
 
Qual è, di tutti i pezzi con cui hai lavorato per la mostra, quello più evocativo?
 

Un vestito orientale che apparteneva alla Schiaparelli e ora appartiene a me, è in uno stato di abbandono, ed è opulento, e senza una particolare ragione sono toccata dalla sua presenza. 

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