28 mag 2015

Art and fashion talk “Quanto è bello dire MODA?”
Intervista a Simone Cipriani, fondatore e responsabile di ITC Ethical Fashion Initiative

Fashion / Design by Sara Pizzi
 


Esistono tanti modi di concepire la parola moda
. Non è un gioco di parole, né una frase fatta di quelle che tutto vogliono dire e anche niente.
A insegnarcelo, a noi che viviamo in questo mondo e di questo mondo, tanto brillante e sedicente, quanto complesso e sfaccettato, è Simone Cipriani, fondatore e responsabile di ITC Ethical Fashion Initiative, programma di punta dell’International Trade Centre, agenzia sotto l’egida delle Nazioni Unite e della World Trade Organization, che collega i più grandi talenti della moda mondiale a piccoli artigiani - soprattutto donne - provenienti dall’Africa orientale ed occidentale, da Haiti e dai territori della West Bank. Attivo dal 2009, il programma consente agli artigiani che vivono in condizioni di povertà urbana e rurale di entrare in contatto con la filiera internazionale della moda. Ethical Fashion Initiative consente inoltre ai nuovi talenti della moda africana di incrementare collaborazioni creative e sostenibili con artigiani locali, nel rispetto del loro ambiente produttivo. 

Con il suo slogan, “NOT CHARITY, JUST WORK” Ethical Fashion Initiative si batte per un’industria della moda più equa. 
“La moda sostenibile è MODA, che è una cosa bella dentro e fuori”, afferma Cipriani. Una cosa che spesso dimentichiamo. Perché la moda è fatta di cultura e prima ancora di persone, con le loro storie, passioni, ambizioni. Con le loro tradizioni e fatica. 
 
Simone, Vivienne Westwood ha affermato che “è incredibile pensare che attraverso la moda si possa salvare il mondo”. Credi davvero che ciò sia possibile?
Fornire condizioni di lavoro adeguate e dignitose aiuta a ridurre le disuguaglianze, la povertà e i conflitti. Le società davvero eque e giuste dovrebbero essere in grado di offrire condizioni di lavoro eque; quindi, quando la filiera produttiva della moda fa questo, contribuisce anche a creare un mondo migliore. Nel settore della moda, questo non avviene sempre: troppo spesso vengono ignorate le realtà lavorative non etiche e basate sullo sfruttamento. L’impegno di Vivienne Westwood è piuttosto raro, e pertanto davvero ammirevole.
 
Cos’è per te la moda etica?
Per me, significa mettere al primo posto le persone. La moda etica è una moda in cui la catena produttiva offre condizioni di lavoro dignitose. Una moda che si preoccupa di misurare il proprio impatto sulle persone e sul pianeta. Una moda che riporta nella propria equazione il fattore umano, lavorando con artigiani che amano ciò che fanno e ne sono orgogliosi. Una moda che offre prodotti che hanno alle spalle una storia tangibile e positiva.
 
Com’è nata l’idea di Ethical Fashion Initiative?
Quando ho lasciato l’industria per collaborare con l’ONU in Africa, ho conosciuto un missionario che lavorava in uno slum di Nairobi: aiutava le persone a organizzare da sé il proprio lavoro tramite delle cooperative. Mi ha fatto scoprire la forza degli artigiani africani e mi ha insegnato a lavorare insieme a loro in condizioni estremamente difficili. Io conoscevo il mondo della moda, dal quale provenivo, e sapevo del desiderio dei consumatori di avere accesso a una moda più autentica. Ho elaborato un business plan e un piano di sviluppo basandomi su questi presupposti e ho lanciato un progetto pilota con il sostegno dell’ONU.
 
Quale obiettivo ti proponi di raggiungere a breve con il lavoro dell’EFI? E quali obiettivi ti sei posto quando hai dato avvio al progetto?
Vorrei lanciare un intero marchio di moda etica. È stato il mio obiettivo fin dall’inizio.
 
Parlaci di quello che fai, dei tuoi viaggi e delle persone che incontri sul campo… Quali sono secondo te gli aspetti più interessanti del tuo lavoro?
Le persone e le loro culture. Mentre rispondo a queste domande, mi trovo in Etiopia e sto mangiando insieme ad alcuni artigiani specializzati nel tagliare e cucire la pelle. Parliamo del nostro lavoro, io ascolto le loro storie, qualcuno mi invita a casa propria. Ho dormito nelle case di alcuni artigiani africani, casupole o baracche, e vi ho sempre trovato un’umanità incredibile. Oggi vedo il mondo in modo diverso, più positivo, malgrado tutti i conflitti e le assurdità che ci circondano. Vedo il potenziale del fattore umano, e vedo anche quanto spesso è ignorato dai potenti (governi, enti, grandi società). Leggo il mondo di oggi partendo da un’ottica diversa.
 
Quando si parla di moda sostenibile, si pensa sempre a un concetto idealistico, non pratico, e spesso non particolarmente orientato al commercio. Cosa ne pensi?
La moda sostenibile è una moda bella dentro e fuori: prodotti realizzati con maestria, che durano nel tempo e che hanno un impatto positivo sulle persone e sulle comunità che li realizzano. È un business etico, che coinvolge i consumatori in modo nuovo. Nell’epoca dei social media, questo è fondamentale.
 
Cosa ti aspetti dalla partecipazione a Pitti Uomo di quattro designer africani in occasione dell’evento Constellation Africa? Perché hai scelto questi quattro talenti emergenti?
Mi aspetto di vendere i loro prodotti e, in questo modo, di lavorare per tornare in Africa. Puntiamo a rafforzare la moda africana anche nei mercati del luogo. Abbiamo scelto questi designer insieme a un talent scout di grande esperienza perché hanno dimostrato un grande potenziale di crescita e il loro design è innovativo, oltre che particolarmente bello.
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