FASHION EDITOR: CRISTINA MANFREDI. HANNO COLLABORATO: STYLING VeRONICA ODEKA. MAkE-UP BIMPE OGUNMAKIN. MODELS MOYIN, CHIKA@BETH MODELS MANAGEMENT. SI RINGRAZIANO: AMISHA HATHIRAMANI, FRANCESCA ROSSET, CATERINA BORTOLUSSI, ZARA OKPARA, OZZY ETOMI, IAN AUdIFFREN, BEN, ANGELO e KAZEEM.

Project room La mia Africa (modaiola)

 
Abbiamo partecipato alla Lagos Fashion Week, dove sfilano i giovani designer nigeriani. E molto prima di quanto immaginiate, troverete le loro creazioni nelle vostre boutique. Sappiatelo
 
Di Cristina Manfredi • foto Marcello Bonfanti
 
 

La prima volta in Africa dovrebbe essere epica: natura possente, orizzonti sconfinati e lo spirito della baronessa Karen von Blixen-Finecke che aleggia nell’aria.

A me, invece, è toccata Lagos, Nigeria, dove lo scenario tipo è una fiumana di auto in coda su strade disastrate. Tutto è iniziato l’estate scorsa: tra gli stand di Pitti Uomo, mi imbatto in un drappello di stilisti africani nella sezione W (la costola di fiera dedicata alla moda donna). Trattasi di roba maledettamente glamorous che, una volta all’anno, si dà appuntamento a Lagos per la Fashion & Design Week. E che a quanto pare incuriosisce anche chi va a caccia di business, visto che a Roma dal 14 al 16 novembre l’International Herald Tribune organizza un summit dove si parla proprio di Nigeria e di Africa in generale, come mercato emergente per la moda.
 
Il Paese è tra i più instabili del continente, eppure io dialogo con una dolce signora che di nome fa Omoyemi Akerele, che organizza tutto il «fashion-ambaradan» in questione e che mi dice di stare tranquilla perché, se vado, non mi succederà niente di brutto. Prendo informazioni, ma intanto annoto mentalmente la frequenza e i luoghi degli attentati in cui, a turno, si massacrano cristiani e musulmani. Mi faccio sforacchiare dai dottori dell’ufficio d’igiene che in un sol colpo mi vaccinano contro febbre gialla, tetano, epatite A, difterite e meningite e mi domando: «Chi me lo fa fare?», ma ormai c’è quella voce gentile che mi gira per la testa. E così, salgo sull’aereo insieme al fotografo, per fortuna un discreto marcantonio a cui aggrapparsi in caso di fifa.
Inutile girarci intorno, Lagos è brutta, anche se la zona in cui ci muoviamo noi è la parte più florida della città, una specie di Beverly Hills sbrindellata, dove alte mura di cinta protette da filo spinato proteggono magioni da ultra-ricchi, mentre tutto intorno le strutture latitano. Spesso manca la luce perché l’Enel di laggiù non riesce a garantire continuità nel servizio, costringendo chi se lo può permettere a sopperire con rumorosi generatori a gasolio e lasciando la maggioranza della popolazione attaccata a fioche lampade a gas. Chi glielo fa fare a gente che dorme su enormi giacimenti petroliferi, seppure controllati dalle multinazionali e da scaltri oligarchi, di scommettere sulla moda? Lì non esistono (per ora) distretti manu- fatturieri del ben vestire, gli abiti che salgono in passerella sono una specie di proto-couture, una sorta di alta moda selvatica, dove le cuciture crescono un po’ incerte sui capi costruiti su misura in base alle richieste di una clientela variegata, perché nessuno è in grado di produrre in serie a ritmi serrati. C’è la facoltosa signora abituata a fare shopping griffato in giro per il mondo, a cui piace l’idea di indossare qualcosa di autoctono. C’è la manager in trasferta, innamorata delle fogge locali con cui farà schiattare d’invidia le amiche al ritorno in patria. E ci sono le donne meno abbienti che risparmiano per concedersi ogni tanto un look speciale. Il tutto senza dimenticare che anche gli uomini hanno altrettante smanie di essere à la page.
 
 
«C’è una grande discrepanza tra la realtà difficile che ci circonda e il nostro grado di felicità: siamo un popolo sorridente, appassionato, caloroso e fiero del proprio patrimonio culturale», spiega Akerele, abile nel sospendere il discorso per farti giungere alla logica deduzione: «Proprio come gli italiani!». Come noi, i nigeriani non uscirebbero mai di casa senza essersi agghindati a dovere, e come noi hanno un innato senso dello chic. A vederli che si cimentano con il rituale dei défilé, fanno tenerezza. Altro che casting personalizzati e fitting ossessivi. Lì ci sono un tot di modelli, i designer arrivano, tirano fuori le loro mises e in men che non si dica le abbinano alle ragazze e ai ragazzi a disposizione. Zero paturnie, anche se certe fanciulle camminano male o se le scarpe saranno le stesse, passate di show in show. Tutto avviene in una sola location, secondo il tempo nigeriano che rende elastico ogni appuntamento con un ritardo che va dai 40 minuti in su. La fashion people del posto riempie la sala di incuriosita eccitazione, la stessa che accende il dietro le quinte di foto scattate coi telefonini per ricordare i giorni in cui si è giocato a fare le top model. Si va in scena con abiti che premiano la femminilità anche morbida, tra silhouette pseudo Fifties ed esplosioni di colore. Arrivano gli applausi, certi stilisti escono intimiditi, altri gongolanti. E insieme al battimani arriva la risposta. È l’entusiasmo che glielo fa fare. Una vibrazione irrefrenabile che si spande nell’aria e che li rende orgogliosi di dire: «Io c’ero». Entusiasmo e orgoglio, merce rara, che di questi tempi forse vale più del petrolio.
 
 
Una produzione in esclusiva per Vanity Fair
 

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