Project room Myownbooks By Antonio Mancinelli

Fashion / Music / Design / Graphics Telling with books A personal journey into the libraries of the creative
 
I tuoi libri preferiti? 
Impossibile averne uno. O più di uno. I libri letti sono altrettanto storie sentimentali tra te e loro, e questo esclude ogni gerarchia. Perché tu hai contribuito a dare loro una vita nella tua testa, loro ti hanno formato per ciò che sei, che vuoi, che desideri. Siccome per me leggere è vivere altre vite diverse dalla tua, ho letture randomiche, dettate dalla curiosità, dalla passione per un certo autore o per un certo periodo storico, che poi vengono sostituiti da altri. Non sono sistemico, ordinato, non ho mai letto un libro "che-si-deve-leggere-altrimenti-sei-out". C'è una sana voglia di conoscenza di storie altrui che credo sia colpevole del lavoro che poi ho intrapreso. Ecco, se dovessi dire quali sono i miei libri preferiti, sono quelli in cui la narrazione non può fare a meno di un linguaggio ricco, denso, affascinante. E una narrazione può essere contenuta anche in un'immagine, sia chiaro.
 
Qual è il primo libro che hai letto e amato?
Ho avuto modo di crescere in una famiglia dove sono arrivato per ultimo, con due sorelle molto più grandi di me, una mamma insegnante e un padre medico. A casa non c'era tempo né spazio per libri "da bambini". A 10 anni leggevo già Kafka, senza capirci niente ovviamente, ma perché tra gli scaffali della nostra biblioteca non c'era Jules Verne o Emilio Salgari (che, ovviamente ho letto a 20). Devo ammettere, però, che il primo libro che mi ha fatto capire come la scrittura possa costruire mondi sia stato “L'educazione sentimentale” di Gustave Flaubert, che mia madre leggeva in originale e che mi sono fatto comprare in italiano, sperando fosse un po' porno. Mi dovevano scuotere per dirmi che era pronto il pranzo o dovevo andare a dormire. Ero esterrefatto e rapito da quelle pagine che parlavano solo a me. Così mi sembrava. Avrò avuto 12 anni.
 
Ci sono dei libri che ti stanno in qualche modo ispirando?
Da sempre, ci sono dei libri-rifugio, dove vado a rintanarmi quando ho bisogno di un aggettivo rinfrescante, di una parola nuova, di una nota intelligente. Grande dipendenza, quasi narcotica, da ogni riga scritta da Giorgio Manganelli, da cui mi separano due lettere nel cognome, ma due ere geologiche nella bravura. E poi Italo Calvino, Cristina Campo, Marcel Proust, i classici russi, ma soprattutto quelli inglesi e francesi. Da adolescente ho trangugiato in un'estate tutti i libri di Patricia Highsmith.Da quando è uscito il primo libro in italiano, ho sviluppato una venerazione preoccupante - da groupie di una rockband - per tutto ciò che scrive Martin Amis. Che ora se la batte con Tibor Fischer, Emmanuel Carrère e i mostruosamenti bravi Philip Roth e Haruki Murakami. Per il mio lavoro, ammiro molto i libri di Valerie Steele, di Anne Hollander, di Gillo Dorfles, di Umberto Eco, in versione saggista, più che in quella di scrittore. Ora sto portando avanti la lettura in contemporanea dell'ultimo John Irving, di un delizioso romanzo di Nancy Mitford – “L'amore in un clima freddo” - e dell'ultimo della più grande scrittrice americana vivente, secondo me, che è Jennifer Egan. In realtà è il primo, si chiama “Guardami” e il fatto che lei sia quasi mia coetanea mi accende un'invidia benevola. Se non altro, mi impedisce di scrivere un romanzo: questo permette che non vengano inutilmente deforestate delle zone verdi per pubblicare un mio scritto di fiction.
  
Ti interessano i libri digitali o sei ancora legato a quelli tradizionali? 
Tutti e due. Ho sempre creduto che sia ciò che c'è scritto sopra e non su cosa è scritto a far sì che una storia sia eterna e potente. Ho un Kindle, ma contemporaneamente sono legato all'oggetto-libro. Sono aperto a tutte le declinazioni che le pubblicazioni potranno subire, o determinare. L'importante è che, come diceva Manganelli, che "nessun libro finisca. I libri non sono lunghi, sono larghi".
 
By Stefano Guerrini

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